VITA di Melania Mazzucco

Forse ho trovato la mia scrittura di riferimento, uno stile cui tendere, senza rischiosi confronti, solo una chiarificazione sugli obiettivi. Il nome di Melania Mazzucco è venuto a me più volte negli anni, spontaneamente e forse, proprio per questo, a lungo ignorato. Scartavo con l’occhio i suoi titoli dalle vetrine delle librerie, sempre alla ricerca di nomi sconosciuti, esordi, o titoli precisi, letti su recensioni, chissà dove. Ma lei rispuntava al Supermercato, dove cercavo i “Super sconti” ma non dei suoi libri.

L’ho “degnata” del mio tempo solo quando Vita mi è arrivato in regalo, insieme ad altri due libri. E’ stato l’ultimo ad esser letto ma l’unico a restare.

Una distrazione imperdonabile la mia, un puntiglio senza fondamento che mi ha tenuto lontana questa autrice rivelazione proprio in questi ultimi anni di scrittura forsennata in cui il suo raccontare sarebbe stato per me un’ispirazione continua e prolifica.

Ma veniamo al romanzo.

Vita è una bambina di nove anni, imbarcata su una delle tante navi che all’inizio del secolo portavano centinaia di uomini, donne e bambini italiani verso il grande sogno americano. Vita non ha la famiglia con se’, la sua famiglia è lacerata dall’oceano, un padre in America, del quale non ricorda il volto e una madre lasciata a Tufo di Minturno, con un passato di miseria da dimenticare in fretta.

Sulla nave però Vita non è sola; con lei c’è Diamante, un altro bambino, imbarcato dalla famiglia per sottrarlo all’atroce destino che non ha risparmiato i fratellini più piccoli, morti di fame. Diamante sarà il custode attento di Vita per tutto il viaggio; sente che a lui è stata affidata e non vuole venir meno al suo compito. Ma la loro storia, destinata a interrompersi con lo sbarco a New York, si rivelerà essere molto più lunga e tormentata. Melania Mazzucco ci racconta un inseguimento, durato una vita intera, sullo sfondo uno spaccato storico crudo, intriso di violenza e sopraffazioni che era il mondo degli immigrati italiani in America. Le descrizioni accurate e impietose delle condizioni igienico-sanitarie delle abitazioni di Prince Street restituiscono lo stesso impatto visivo dei documenti fotografici del tempo. Lo stesso procedimento spietato viene seguito per descrivere le loro condizioni lavorative: dagli “strilloni” addetti alla vendita dei quotidiani per strada, ai manovali delle miniere e della linea ferroviaria dello sterminato Midwest. La disillusione e l’impotenza con cui i personaggi imparano duramente a convivere si trasmettono da subito al lettore, consapevole di trovarsi di fronte a fatti realmente accaduti e per questo inevitabilmente coinvolto e sconvolto. Determinante a questo proposito i dati reali, riportati dall’autrice in diverse parentesi del libro, a convalidare lo sfruttamento e la solitudine in cui gravavano migliaia di lavoratori. Primo fra tutti il lugubre elenco delle vittime sul lavoro delle Compagnie Ferroviarie Americane che, grazie a schiere di avvocati profumatamente pagati, non versarono quasi mai un soldo per risarcire le famiglie indigenti dei defunti. L’immagine che emerge è quella di una terra del caos, senza legge ne’diritti; un regno abitato da pochi potenti e raggiunto da migliaia di miserabili, aizzati gli uni contro gli altri come cani affamati. Cosa resta allora di quelle vite? Quasi nulla: nomi dimenticati, corpi dispersi, pochi fortunati con qualche risparmio e una vita di sacrifici e sofferenze alle spalle. Ma l’autrice qualcosa vuole restituirlo alla dignità di ognuno di loro, a quelle illusioni infrante, a quel tutto per niente: un amore, quello di Vita e Diamante che non trova il modo di essere ma combatte. Un amore epico, fatto di astrazioni e idealismi, di distanze e attese infinite, di tradimenti e brevissime ricongiunzioni. E’ un amore che fa rabbia il loro, che non aspetta e non li rispetta. Vita e Diamante non hanno colpe, non ci si schiera a favore dell’una o dell’altro. Si accetta lo sfasamento tra i loro sentimenti e le loro vite che divergono, fino alla fine. Perché il bisogno di riscatto era il motore dei tempi e la moneta con cui si pagava il rispetto per se stessi prima che per gli altri. Diamante che presto si scopre essere il nonno dell’autrice, non ha mai voluto offrirsi a Vita a mani vuote, con una malattia chiamata America che l’ha prosciugato di tutto, anche del turchese dei suoi occhi, per scontare in Patria la pena di un sogno infranto. Vita invece l’America l’ha stanata e ammaestrata, capendo che per essere felici bastava smettere di desiderare per occuparsi degli altri; del padre Agnello prima e del marito Geremia poi. Vita fu più scaltra di Diamante: trovò il suo modo per divincolarsi e riemergere, un senso qualunque pur di sopravvivere a se stessa.

Resta la loro storia, tridimensionale rispetto allo sfondo e che meritava di essere scoperchiata a forza dagli archivi di una memoria ferita e frammentaria, per arrivare a noi con la scrittura spietata e piena di grazia di Melania Mazzucco.