NESSUNO SI SALVA DA SOLO di Margaret Mazzantini

L’ultima pagina e poi un sospiro di sollievo, come per tutti gli altri romanzi della Mazzantini, letti in precedenza.

E non per via di una suspense tenuta viva fino all’ultimo rigo, ma per la sua ormai consolidata tendenza letteraria a trascinarti nel buio di personaggi senza stelle buone, chiusi ermeticamente dentro gusci di dolore quotidiano, reso epico e assoluto.

“Nessuno si salva solo” è una lettura che può sfregare nervi scoperti, soprattutto per chi, come me, protende verso tutto ciò che affronta e indaga la relazione tra uomini e donne dentro i nostri discussi confini generazionali.

Lo schema drammaturgico è molto semplice: tutta la vicenda si sviluppa nell’arco di una cena, in un ristorante, dove una coppia separata, Delia e Gae, si ritrova per affrontare formalità di gestione familiare e rancori ancora caldi.

Due ore per raccontare sprazzi di un amore come tanti, col suo inizio leggero, di risate e voglia di fiducia, con la passione di trasgressioni piccole, domestiche, e poi l’energia vorace del primo figlio, gli equilibri che vacillano, l’odore di casa che diventa lezzo ogni volta che Gae apre la porta, poi il secondo figlio, un accappatoio per terra che scatena l’odio, la rabbia, la sensazione di aver perduto la vita da qualche parte là fuori, nel mondo, fino  a una fine che non si sa identificare, di cui non si trova il punto preciso, ma stritola , non da’ pace, toglie il sonno.

Tra una portata e l’altra si snodano i flashback, resi con una scrittura molto cinematografica; frammenti rapidi di un passato fatto di parole taglienti, di inadeguatezze e sensi di colpa, ma soprattutto di una solitudine estrema; quella di due adulti, genitori, così schiacciati dai loro fallimenti da perdere totalmente di vista l’unico vero ruolo imprescindibile, quello di padre e madre. I due figli emergono come figure di contorno, satelliti invisibili che orbitano intorno a quella tensione silenziosa, capri espiatori di un male adulto che non possono comprendere.

Lentamente la vita dei due prende consistenza. Ci si immedesima nello sconforto di Delia, che aspetta sul marciapiede, con i due figli sudati e pronti a partire, un padre che non farà in tempo e non avviserà. Ci si ritrova anche nell’asfissia di Gae, nei suoi pensieri, nei suoi bisogni “Vorrei che la mia anima lo facesse il suo volo”. Ci si sente di nuovo addosso la vertigine della perdita,  che tutti abbiamo provato almeno una volta, leggendo i tentativi di quella intimità forzata che i due cercano ancora di riportare in vita.

Ma si cerca anche uno spiraglio che non c’è. Questo aspetto, forse, è ciò che rende questa storia troppo nuda e umiliata. Si fa fatica a immaginare i due, amati e amanti. C’è troppa rabbia per vedere il prima e questo fa prendere le distanze.

Non si percepisce la parabola di un amore, ma un ancoraggio, un soccorso, durato quel poco che serviva per capire che nessuno dei due aveva abbastanza forze per sorreggere l’altro.  Da questa rivelazione parte subito l’odio. Forse che entrambi avessero preteso a priori di appartenersi, per salvarsi a tutti i costi? Si può volare così, mi chiedo?

No, infatti il libro non vola, ma plana in picchiata verso un finale aperto che mi ha deluso e sgonfiato.

Tanta immedesimazione prima per poi chiudere il libro e dire “E quindi?”

Non ho avvertito il sentore della riconciliazione, ma neanche dell’accettazione definitiva del distacco. Ho percepito stanchezza, debolezza di due individui prosciugati da sentimenti sempre estremi, che non sanno pregare, solo invidiare le felicità degli altri, vite apparentemente ordinate, attente, perfette.

Ho provato quasi antipatia per la loro miseria. Se questo era l’intento della scrittrice, per permettere al lettore, tanto coinvolto prima, di svincolarsi da quella sorte, con un “Ma no, così non mi capiterà mai!” allora chapeau!

Io questo libro lo consiglio comunque, perché quando lo schema di una storia è così semplice, solo una buona scrittura può tenerla viva. Quella di Margaret Mazzantini è dura, sporca, tocca il fango e poi libra in versi quasi poetici, gettati li come intuizioni improvvise.

E’ una storia d’interni, di relazioni private, in quel prima del mondo; o forse no, forse il mondo scivola anche dentro il loro salotto, in cucina, tra i letti dei bambini, a imprimere un marchio, un modo di vivere e viversi, nel quale sguazziamo un po’ tutti. A mollo, nelle nostre piscine gonfiabili da cui convinti, ammiriamo l’oceano.