NEL MARE CI SONO I COCCODRILLI (Storia vera di Enaiatollah Akbari) di Fabio Geda

Enaiatollah ha circa dieci anni, vive in Afghanistan e tutte le sere  sua mamma lo nasconde in una buca, scavata dietro casa, per evitare che i talebani lo portino via come risarcimento dei debiti famigliari.

Ma Enaiatollah cresce in fretta e la buca diventa troppo piccola per nasconderlo. Rimane una sola scelta, lasciare il paese.

Il suo viaggio durerà circa undici anni; passando per il Pakistan, l’Iran, la Turchia e la Grecia, Enaiatollah raggiungerà infine l’ Italia e con essa una possibilità di vita alternativa alla legge di morte cui il suo destino l’aveva segnato.

Il tragico esodo di Enaiat, per quanto a volte caratterizzato da episodi di profonda umanità, comincia con un atto d’amore estremo e disperato: quello di un madre che, suo malgrado, decide di aggrapparsi alla flebile speranza di una salvezza altrove, abbandonando il proprio figlio, ancora bambino, in Pakistan. La sera prima di lasciarlo però, con la testa di Enaiat stretta al petto, gli  fa promettere che non farà mai tre cose nella vita: la prima è usare droghe, la seconda è usare armi e la terza è rubare.

“Promesso” risponde Enaiat, anche se non capisce perché sua madre, mentre lo aiuta a dormire, dice tutte queste cose con una voce bassa e strana, che riscalda le mani come brace, e riempie il silenzio di parole, lei che è sempre stata così asciutta e svelta per tenere dietro alla vita, anche in quell’occasione è difficile pensare che ciò che gli sta dicendo sia: Khoda negahdar, addio.

Al risveglio, sua mamma non c’è più e nel giro di pochi minuti Enaiat capisce che con lei se n’è andata anche la sua infanzia. Non è più un cucciolo protetto, ma un essere umano solo, in lotta per la sopravvivenza.

Leggendo questa storia, mi è capitato spesso di staccare l’occhio dalla pagina per rinquadrare in un contesto di realtà  gli episodi e le situazioni appena lette. E’ arduo pensare di poter affrontare in una sola vita esperienze tanto segnanti; se poi si pensa che a viverle è stato un ragazzino solo, tra i suoi dieci e ventun anni, si può comprendere come Fabio Geda abbia sentito l’impulso immediato di raccontare, attraverso un libro, la vita di Enaiatollah.

Durante un’intervista televisiva, gli hanno chiesto se in questo viaggio avesse conosciuto più gente buona o cattiva; la sua risposta è stata: “Ho conosciuto tantissimi amici; persone che mi hanno aiutato e che ho aiutato”. Questo senso di aggregazione e solidarietà, emerge fortemente dal racconto. Durante i mesi di lavoro nel cantiere in Iran, per esempio, i clandestini lavoravano e vivevano insieme per ventiquattro ore al giorno; stipati in uno degli edifici in costruzione. Per paura di farsi catturare e rimpatriare, si legge dal libro “Nessuno usciva mai dal cantiere. Il cantiere non era solo casa. Il cantiere era il mondo. Il cantiere era il sistema solare.”

Per ammazzare il tempo, nell’unico giorno libero della settimana, era stato organizzato un torneo di calcio e per provvedere alle provviste, si tirava a sorte tra il gruppo, una volta a settimana, lo sventurato “volontario” che doveva addentrarsi in città.

Il gruppo accompagna Enaiatollah nella tappe più significative del suo viaggio: per esempio nella traversata dall’Iran alla Turchia,  dove partiranno in 77 per arrivare in 65. La traversata delle montagne, durerà 21 notti, in condizioni fisiche estreme, esposti al gelo dell’altitudine, senza indumenti e scarpe adeguati. Al diciottesimo giorno, Enaiatollah racconta, “ Sulla roccia c’erano delle persone sedute. Erano sedute per sempre. Erano congelate. Erano morte. Erano lì da chissà quanto tempo. Tutti gli altri sono sfilati di fianco, in silenzio. Io, a uno, ho rubato le scarpe, perché’ le mie erano distrutte e le dita dei piedi erano diventate viola e non sentivo più nulla. Gli ho tolto le scarpe e me le sono provate. Mi andavano bene. Ho fatto un cenno con la mano per ringraziarlo. Ogni tanto lo sogno.”

Giunti in Turchia, dopo tre giorni di viaggio, chiusi in un doppio fondo di un camion, senza possibilità di muoversi, Enaiatollah decide di proseguire per la Grecia con un gruppo di ragazzini più piccoli, dei quali diventa una sorta di fratello maggiore, responsabile e protettivo.

Purtroppo, durante la difficile traversata in mare, con un canotto gonfiabile, perderà tra le onde, uno di loro.

L’umanità di certi incontri fortuiti, è un altro aspetto determinante della sua esperienza: come la “nonna greca” che lo accoglie in casa sua, gli da del cibo, degli abiti puliti e dei soldi per poter comprare il biglietto per il traghetto; il ragazzo italiano che lo accompagna per un tratto di strada, indicandogli il modo per raggiungere Roma e pagandogli il biglietto del treno o , non per ultima, l’assistente sociale che, a Torino, lo accoglierà nella sua famiglia, per poi avviare le pratiche di affido.

Fabio Geda, primo fra tutti, ha creduto alla storia di Enaiatollah e a permesso, grazie a questo libro, che raggiungesse più persone possibili, come esempio di una volontà sfrenata ad inseguire una vita migliore di quella determinata dal nascere in un paese come l’Afganistan.

In questo complesso stato di emergenza che stiamo vivendo giorno per giorno, con gli sbarchi di centinaia di clandestini a Lampedusa, credo che questo libro aiuti un po’ anche le nostre coscienze a comprendere più a fondo la spinta di questi popoli e il background che si lasciano alle spalle. Davanti solo una  linea d’orizzonte, fatta di grandi aspettative e la consapevolezza, forse, che il lieto fine di Enaiatollah e’ privilegio di pochi.