MIA SUOCERA BEVE di Diego De Silva

Vincenzo Malinconico, il protagonista di questo spassosissimo romanzo, mi ha ricordato da subito Marcovaldo, per il surrealismo delle vicende in cui, suo malgrado, si trova implicato. Ciò che lo rende unico, sono le riflessioni farcite di un senso ironico irresistibile, con le quali impreziosisce gli aneddoti documentati.

Si fa fatica a immaginarlo avvocato, padre, marito divorziato e convivente in crisi; potesse rispondere lui, direbbe –Se ti consola faccio fatica anch’io!-.

Appare come un personaggio costantemente a disagio col mondo che lo circonda, dedito più al rimugino di pensieri che all’azione, con una vita che gli scorre al fianco e che lui osserva a dedita distanza. Non sembrano mancare tutti gli ingredienti per renderlo antipatico e spocchioso. Eppure da subito il suo disagio produce tenerezza e le sue ironiche descrizioni di parenti e personaggi con i quali si scontra, una immediata empatia.

MIA SUOCERA BEVE  è il “secondo atto” delle avventure cominciate con il precedente e fortunatissimo NON AVEVO CAPITO NIENTE.

Qui ritroviamo l’avvocato-semi disoccupato Malinconico, coinvolto in un sequestro di persona in un supermercato. Il sequestratore è l’ingegnere informatico Romolo Sesti Orfeo, inventore del sistema di sorveglianza. L’ostaggio invece è un boss di mafia, soprannominato Matrix da Malinconico, responsabile della morte del figlio dell’ingegner Orfeo, coinvolto in una sparatoria.

L’obiettivo dell’ingegnere è di ricreare, grazie al sistema di videosorveglianza, una processo-reality, per poter allontanare definitivamente  l’ingiusta infamia caduta sul figlio, ignorato dalla stampa e catalogato come un piccolo delinquente invischiato in affari sporchi.

Trattandosi di processo, l’avvocato Malinconico, viene “gentilmente” invitato dall’ingegnere a restare nel supermercato deserto, circondato da poliziotti e giornalisti, che assistono impotenti allo “spettacolo”.

La vicenda è raccontata in presa diretta, minuto per minuto, come un vero reality; senza tralasciare nessuno scambio di battute, comprese le reazioni fisiche dell’ostaggio e soprattutto le lunghe riflessioni che l’avvocato Malinconico non si risparmia. I suoi flussi di coscienza al contrario, trovano terreno tanto fertile da portarlo costantemente a divagare su flashback che intervallano il processo-reality con fatti della sua vita, senza nessuna connessione col presente. Grazie a questi rimandi conosciamo i personaggi che popolano la vita di Vincenzo: la sua ex suocera, malata di cancro, della quale è il cocco prediletto. Una donna molto schietta che non perde mai l’occasione di affondare le sue critiche nella coscienza già piuttosto labile del genero. I due figli-amici con i quali tenta invano di impostare un rapporto più autoritario e rispettoso, che cede puntualmente davanti ai loro sguardi di biasimo irrecuperabili.

Infine le sue donne, impegnative, incomprensibili, sorprendenti: la sua ex moglie Nives, la quasi ex convivente Alessandra Persiano e la “Tutti pazzi per Mary” Irene.

Grazie al potere dello schermo, la disavventura darà una svolta alla sua vita portandolo a una notorietà da pop star, con la quale, imbarazzato, cercherà di convivere. Ma niente distoglierà il nostro filosofo triste dai suoi pensieri, che continueranno a distrarlo, portandolo di deriva in deriva a ragionare sul senso della vita, sulla musica che non c’è più, sull’amore, su cose grosse insomma.

“Per come mi conosco, entrare in un supermercato in piena mattina di un giorno feriale non è mai un buon segno. Soprattutto se il supermercato si trova dall’altra parte della città. A me, quando qualcosa comincia ad andare storto, specie nei periodi in cui sembra che vada tutto bene, mi prende una smania, una frustrazione, un’arteteca che devo andarmene in giro come se cercassi di ritrovare qualcosa che ho perso. E siccome non posso andare in giro a cercare niente di preciso, dal momento che non so cosa mi manca, e però mi porto appresso quell’inquietudine,  che mi impedisce di fare una semplice passeggiata, (perché’ per passeggiare semplicemente bisogna avere la coscienza pulita), m’invento delle commissioni inessenziali da sbrigare, tipo, appunto, quella del Fior di Pesto Buitoni.”

E’ molto difficile rendere giustizia al clima di questo romanzo, perché si colloca in quell’ambito letterario in cui la genialità dell’autore si esprime attraverso un’ironia che conduce con leggerezza fino al vero punto focale, dove con una mazzata di senso profondo, vieni tramortito e non sai più se ridere o piangere.

Resta alla fine, una forte affezione per Vincenzo Malinconico, e la voglia di altri dieci romanzi per incontrarlo di nuovo e affiancarlo nelle sue avventure.