MIA MADRE E’ UN FIUME di Donatella Di Pietrantonio

Mia madre è un fiume è un esordio potente che lascia il segno. Dopo le prime pagine ci si rende conto di trovarsi di fronte a una lettura che esige attenzione per penetrare a fondo o fugge via. Se non gliela si concede resta solo lo scheletro di una storia semplice, senza colpi di scena o svolte inattese; interi capoversi tracimati da un occhio distratto, senza tempo. Invece credo che questo libro abbia proprio bisogno di tempo, come la poesia, che trasuda abbondantemente da questa prosa accurata.

Il lavoro di stesura deve essere stato lento, come la mano artigiana su un oggetto intarsiato. E’ questo che ha reso il romanzo efficace nel suo intento; quello di raccontare il complesso legame tra una figlia adulta e una madre malata, in bilico tra sensi di colpa e di dovere, rifiuti e bisogni smisurati di colmare mancanze mai dichiarate.

Emerge un quadro reale, senza sentimentalismi di superficie né psicologismi parentali. Ed è proprio la sua rudezza a renderlo irrimediabile e struggente.

Esperia Viola è una donna anziana che una malattia cerebrale sta rendendo priva di ricordi. La figlia, ad ogni incontro, le restituisce un pezzo di vita smarrita, come i nomi delle sue cinque sorelle, la descrizione della loro casa, l’esilio in guerra del padre e il suo ritorno ai campi; episodi amari e dolcissimi di un’esistenza grama, di campagna, tra i rimedi ai climi estremi e i giochi all’aperto. L’Abruzzo diventa cornice imprescindibile del racconto; la sua parte più aspra però, di montagna, dove il profumo del mare non arriva.

Dalle parole della figlia, non emerge solo il lato pulito del passato, il duro tirare avanti di una famiglia contadina; ma un rancore latente, abituato a un rapporto rispettoso ma poco affettivo. Il ricordo di una madre dura, priva di slanci amorevoli e dalle parole contate, contrasta con la donna che è diventata: docile perché fragile, da poter ingannare, per vendetta. La vendetta però non esplode tantomeno un chiarimento. Il trambusto interiore che vive la figlia rimane nel pensiero, a osservare una madre bambina alla quale non si possono più chiedere spiegazioni.

Il romanzo è costellato di accuse e perdoni, sempre gestiti da una memoria soltanto, quella della figlia, che impacciata si barcamena dentro quel modo nuovo di stare con sua madre, tra la paura atavica di perderla e il bisogno di distaccarsi, di non entrare fino in fondo a quel dolore, di non accettarlo: “E’ nuova? Apprezza la stoffa con le dita deformi e intanto ho la mano addosso. Quello, cerca. Vuole me. Spesso lo fa con le maglie, mi prende il braccio e valuta la lavorazione, dice potrei farla al buio, presuntuosa. Si attarda sulla lana, si stacca con un movimento lungo dalla spalla verso il polso, come una carezza, una nostalgia. Soffro il contatto, avverto il disturbo. Vorrei chiudere forte gli occhi e aspettare che smetta, tremando un po’. Controllo la reazione. Cerco di sembrarle disponibile ma non mi credo, sono rigida. Dove si posa il palmo, la pelle scotta sotto il tessuto. Incontra un pezzo di ghiaccio secco e ruvido, con una peluria di brina in superficie che si attacca e ustiona. Quando va via resto irritata, per un po’. Ancora mi cerca, solo a volte. Non mi trova. Mi cerca. Quanto a me, ho paura.”

L’unica possibilità che resta è di amarla maldestramente, senza troppo contatto, al quale tanto nessuna delle due è abituata, ma tenendo vivi i gesti della sua quotidianità: i pomodori che vanno raccolti nell’orto, l’uncinetto, apparecchiare la tavola: “Trovami un disegno, chiede. Abbiamo già provato, anche i più semplici le sfuggono. Il filo diventa estraneo, ostile. Disubbidisce, fa i dispetti, non è più suo. Le comanda cose strane, non è sicuro. Potrei sederle vicino a lungo e dettare una maglia alta, cinque catenelle, tre maglie basse. Con la testa che sfiora la sua guardare di tanto in tanto il lavoro che le cresce tra le mani, apprezzarlo. Ma non ho ancora deciso di dedicarmi a lei.

Quando morirà sprofonderò nella colpa che mi vado costruendo giorno per giorno. Sarà pronta per il suo funerale. La colpa è vuota. E’ il vuoto delle mie omissioni. Ometto l’amore, le mani. La cura di cui più ha bisogno, lascio che le manchi. Le somministro la sua storia e ogni dodici ore la memantina idrocloruro da dieci milligrammi, compresse divisibili, con la moderata speranza che rallenti la degenerazione dei neuroni.”

Concludo con le parole per me più significative di tutto il testo con cui l’autrice, a mio avviso, ha risposto a tutte le domande posate come un sottile strato di polvere sulla storia delle due protagoniste.

“Ho chiamato ogni limite mia madre. Le ho imputato il mio volo zoppo. Lei è il mio pretesto. E’ causa, e motivo. Mia madre è un albero. Alla sua ombra mi sono giustificata. Si secca, anche l’ombra si riduce. Presto sarò allo scoperto.”