LEI COSI’ AMATA di Melania Mazzucco

Non conoscevo Annemarie Schwarzenbach. Mai sentita nominare, prima.

Ora appartengo alla scia dei perdutamente innamorati che Annemarie ha lasciato dietro e davanti a sé. Questo, al di là del fascino intrigante della sua breve vita e della sua persona è dovuto a Melania Mazzucco e al potere della sua scrittura.

Lei sa usare le parole come tenaglie; inchioda il lettore alla storia e l’affezione per i protagonisti diventa dolorosamente inevitabile. Parlo di dolore perché il vortice narrativo dei suoi libri ha sempre come fulcro una lotta esistenziale estrema.

Questo il caso della biografia di Annemarie Schwarzenbach: scrittrice, archeologa, fotografa, giornalista e soprattutto intrepida viaggiatrice; ma nessuna di queste etichette aiuta a definire una donna che nella sua breve vita (morì a soli 34 anni) rifiutò sempre qualunque ruolo definito.

Ciò che emerge da questa biografia, è il ritratto di una donna che ha incarnato dentro di sé tutta la storia dell’Europa degli anni ‘30; un’Europa fremente di stimoli creativi e letterari ma al tempo stesso schiacciata dalla morsa dell’ideologia nazista che lentamente si fa spazio, costringendo gli intellettuali alla scelta tra scappare altrove o restare, cercando spazi sotterranei di espressione e rivolta.

I viaggi di Annemarie però non sono fughe, ma passaggi obbligati del suo frenetico percorso alla ricerca di un senso che colmi quel vuoto, l’unico a non averla mai abbandonata. Immagino questa donna, che agli inizi del ‘900 attraversa da sola continenti: raggiunge in auto il continente indiano, attraversando l’Iran e l’Afghanistan, torna in Svizzera dall’Oriente attraversando la Russia, si trasferisce nei primi anni ‘40 nel Congo Belga per poi addentrarsi nell’Africa più selvaggia e sconosciuta a bordo dei pochi battelli che ai tempi percorrevano i fiumi nella jungla.

I suoi viaggi, visti da una prospettiva complessiva, mostrano un andamento costante e ripetitivo: partenze necessarie come i continui ritorni a casa, nella sua Svizzera; nido accogliente e al tempo stesso ingombrante. Così come il rapporto conflittuale con la madre Reneè, fatto di continue aspettative disilluse, slanci emotivi non corrisposti e silenzi dolorosissimi.

Annemarie fin dai primi anni della giovinezza rifiuta la sua provenienza borghese, data da una famiglia d’industriali tessili di fama internazionale e si rifugia a Berlino, dove conoscerà Erika e Klaus Mann, i figli di Thomas Mann con i quali intreccerà un profondo legame artistico e una vera e propria dipendenza emotiva. Per tutta la vita sarà corrosa dall’amore morboso e non corrisposto per Erika, sua amica e mecenate: la prima a riconoscere in Annemarie il suo talento letterario ma anche la prima ad abbandonarla alla sua sorte, nonostante le continue richieste d’aiuto da parte di Annemarie.

Fu grazie a loro che entra nel giro libertino e bohémien degli intellettuali del tempo, così come sarà Klaus a iniziarla alla morfina, dalla quale rimarrà dipendente per gran parte della sua vita.

Perché ciò che non trova fuori da sé: l’amore che non sa dare o trattenere, neanche per se stessa, lo cerca dentro, annientando i sensi in una quiete effimera, in una piccola morte che punzecchia quotidianamente.

La sua storia è costellata di tante seduzioni e pochi amori. Ci furono però figure importanti che tentarono a loro modo di salvarla: primo fra tutti il marito Claude Clarac, un diplomatico francese che aveva sposato per convenienza e che abbandonò presto ma che le rimase sempre vicino, travolto come tutti dal fascino nero di questa creatura bellissima, fragile ma inafferrabile. Anche i suoi tentativi professionali furono tanti e diversi tra loro, nonostante il suo unico desiderio fosse quello di poter vivere di scrittura. Purtroppo gran parte dei suoi scritti rimasero inediti o distrutti dalla madre dopo la sua morte; una morte stupida, per una vita come la sua, cercata inconsciamente per anni, nei suoi vari tentativi di autodistruzione e poi raggiunta senza intenzione, per una caduta in bicicletta, proprio nel luogo dove tutto era cominciato, a casa.

Annemarie non fu folle, nonostante fossero in molti a crederlo, nonostante le cliniche di lusso che frequentò o il manicomio in cui venne rinchiusa contro la sua volontà. C’era una crepa, una frattura nel suo rapporto con la realtà che secondo Melania Mazzucco, ogni scrittura, in forme diverse, porta con sé. La sua fu una forma estrema, la stessa con cui la Mazzucco ci regala la sua storia, il suo destino tragico ma anche la sua ricerca continua, implacabile, la sua immagine di donna padrona e responsabile delle sue scelte, fino in fondo e senza compromessi.

Da leggere, da lasciarsi immergere, pagina dopo pagina, senza remore.