L’ACUSTICA PERFETTA di Daria Bignardi

La curiosità che mi ha spinto a leggere L’acustica perfetta, l’ultimo romanzo di Daria Bignardi, è partita da una legittima domanda: si può essere tanto versatili da fare bene non una ma due cose?

E’ possibile che un personaggio con un consolidato e interessante percorso di conduzione televisiva, riesca a catturarmi in tutt’altro ambito, quello letterario, al pari di uno scrittore? Tendenzialmente, nelle mie precedenti esperienze, la risposta è stata no; in questo caso invece, mi sono dovuta ricredere.

La storia di Arno e Sara comincia con una fuga, quella di lei, a quattro giorni da Natale, lasciando dietro di sé tre figli, un marito e un silenzio denso di non detto che parla per lei, la scagiona e ce la descrive più di quanto potrebbe fare la sua presenza materiale nella vicenda.

Arno inizialmente tenta con ben poca disinvoltura di stare al gioco. Sa che la moglie tornerà entro l’ora di cena; non è da lei lasciare i bambini soli troppo a lungo. Ha rinunciato a lavorare per i suoi figli, per esserci sempre, seguire ogni attività delle loro giornate, per organizzare feste con inviti fatti a mano e cene a base di cotolette e patatine per tutti i piccoli ospiti che hanno popolato la loro casa per anni. Ma Sara non torna e la rabbia di Arno, interiore e compressa per non allarmare i ragazzi, si fa ogni ora più incredula. Nel mentre è passata un’intera giornata, a star dietro i ritmi di una quotidianità sconosciuta, tanto che tra un insulto e l’altro, gli viene anche da ringraziarla Sara, tra se’, per avergli regalato una giornata insolita, da papà a tempo pieno, in fondo persino divertente. La moglie però quella sera non torna.

Un salto temporale ci sposta in avanti, per rispondere alla domanda rimasta aperta da quella notte. No, Sara non è tornata e Arno è cambiato. Il panico ha lasciato il posto a una pacata rassegnazione. Non si da pace per quel gesto che continua a ritenere stupido e immaturo, ma ha imparato a conviverci e ad organizzarsi nella nuova dimensione famigliare, con genitori e suoceri che a modo loro cercano di dare una mano.

Arno non è triste per quel vuoto, ma incredulo, scomodo dentro un ruolo che non gli va di impersonare, quello del marito assente, che ha tralasciato qualcosa, che non ha visto, o voluto vedere, verità scomode della donna che ha sempre amato. Ritiene ingiusta questa sparizione, nei confronti di un amore fatto di presenza che non ha niente da rimproverarsi.

In fondo Sara lo aveva avvertito, molti anni prima, quando entrambi adolescenti s’incontrano per la prima volta, si innamorano e poi senza apparente ragione lei lo lascia dicendogli “mi piacciono gli amori infelici”. Ci mette trent’anni Arno a interpretare quelle parole. Serve una seconda ferita per risvegliarlo dal torpore che gli ha fatto credere per tutta la vita che in fondo si può mantenere a oltranza un benessere di facciata; basta  rifiutarsi di  vedere, di scavare in un dolore che non gli appartiene, inconsciamente tenuto fuori dalla sua calda e rassicurante serenità famigliare. Ma è possibile amare una persona restando all’oscuro dei suoi irrisolti, accettando l’ambiguità di certi comportamenti come banali sindromi caratteriali? Sara risponde per lui.

Così comincia la sua ricerca, scoprendo tracce di una moglie sconosciuta, perse in un passato del quale lui non sa nulla.

E’ sempre un piccolo miracolo per me trovare un’autrice che riesca con tanta credibilità a immedesimarsi nelle reazioni e nei meccanismi mentali di un uomo.

La storia si sviluppa attraverso un Io narrante che costruisce pian piano la sua consapevolezza dei fatti, come un diario che affianca le vicissitudini dell’impreparato protagonista. E’ difficile per il lettore distaccarsi da questo punto di vista accentratore, tanto che si resta inevitabilmente increduli e delusi quanto lui da questa donna che conosciamo solo attraverso la sua rabbia, fino alla fine, fino alla sua intuizione che istantaneamente diventa anche nostra.

Un romanzo fluido, intrigante, velato da un’ironia amara, che riporta a quella domanda, un po’ lisa, alla quale ormai si tende a rispondere con sbuffi e spallucce ma che ci riponiamo con rinnovata convinzione ogni volta che un buon libro ce la mette davanti: qual’è il modo giusto di amare?