LA ZONA CIECA di Chiara Gamberale

Chiara Gamberale, il mio odio e amore… Il basamento di queste reazioni tanto contrastanti è di pura invidia pregiata, dettata da un successo lievitato abbondantemente grazie ad un programma radiofonico che l’ha resa ai molti come la scrittrice dell’Oscuro freudiano; ma forse c’è dell’altro.

Ciò che mi rende perplessa è questa sensazione di autoreferenzialità che mi fa prendere le distanze ogni volta che leggo qualcosa di suo. Il percorso tematico sembra ruotare sempre intorno a personaggi e vicende che riprendono dinamiche, situazioni relazionali, rapporti d’amicizia, caratteristiche comportamentali, ferite, in maniera fortemente autobiografica, come a voler riproporre sempre un’unica spinosa domanda: Chi sono?

Va bene, la prima spinta allo scrivere é a pieno diritto soggettiva; ma faccio fatica a considerare la letteratura come un esercizio di autoanalisi psicanalitica. Vorrei, da lettore assetato di risposte, sentirmi un po’ più coinvolto, mentre la protagonista implicata, con le sue domande e risposte, rimane sempre lei: Chiara-Aletè, Chiara-Allegra, Chiara-Lidia, Chiara-Nina. Forse tutti gli scrittori lo fanno e non me ne sono mai accorta. Il suo camuffamento, ai miei occhi però, emerge palese.

Detto questo, torno a rileggerla, guidata da un’incoerenza che mi fa sorridere.

Ho letto tutti i suoi libri in ordine cronologico, per seguire il suo stesso percorso di crescita, trovare il punto esatto in cui ha cominciato a “librare” e capire cosa ha illuminato negli anni lo sguardo degli editori che le hanno dato fiducia.

Ho scelto di recensire “La zona cieca” perché mi è parso il più intenso. Ho volutamente scelto invece di far decantare le sensazioni post-Gamberale, prima di addentrarmi nel suo ultimo lavoro “Le luci nelle case degli altri”, a parer d’autore, il romanzo della sua vita. Ma non dovrebbero essere gli altri a dirlo? Il mondo che le sta intorno, che ha, nel bene e nel male, diritto di parola e azione e che “esiste al di là di te”? (per citare una frase tratta da un suo libro).

 Lidia è la protagonista di una vicenda d’amore in cui l’amore sembra c’entrare ben poco. Lavora come conduttrice radiofonica per un programma dal nome forse volutamente riduttivo: Sentimentalismi anonimi, e ingoia ogni sera pillole di storie poco felici, prima di rientrare nella sua, con Lorenzo.

Lorenzo è uno scrittore, di modesta fama, con un solo grande problema, a differenza di tutti quelli che Lidia gli attesta, un egocentrismo smisurato che lo rende immune ad ogni forma di rispetto e affezione verso le persone che lo amano.

La vicenda si snoda nell’arco di anni, faticosi e sofferti, intrisi della resistenza cieca di Lidia che fa più rabbia delle continue provocazioni, distanze e attacchi di Lorenzo. Sembra un gioco al massacro il loro, invece si tratta di un bisogno cronico, che li spinge insieme come calamite. I meccanismi alla base del loro continuo scegliersi sono ben noti a molte donne e uomini che come me si saranno sicuramente identificati nei personaggi.  Lidia vuole restare nella sicurezza del “baratro”, perchè sente che le sue ferite del passato, stanno trovando chiusura, e quale modo migliore dell’auto-convincersi che solo lei possiede la chiave d’accesso al mondo interiore di un uomo bambino, estremamente fragile e visionario. Anche Lorenzo vuole restare nel suo baratro, ma non da solo e sa che per tenersi stretta Lidia deve superare i limiti che lei di volta in volta gli impone, per permetterle di sentirsi forte e coraggiosa in nome di un amore che non c’è, perché lui non sa amare e lei non sa accettarlo.

Tutto questo è quello che è emerso dalle mie riflessioni, perché il racconto è dettato dal solo punto di vista di Lidia, ingiusto rispetto alla profondità della sua essenza, incomprensibile nel suo continuare a ringraziare una sorte giusta a suggello del loro viversi. Solo Tony, l’amico-fratello-gay di Lidia,  appare come l’unico personaggio lucido della vicenda; l’unico che consiglia e sa che non verrà ascoltato, l’unico che accorre, l’unico che scompare quando sa di non poter far più nulla per lei, l’unico che torna per aiutarla a portar via la poca roba necessaria a una vita nuova, senza Lorenzo, forse. Il dubbio e il timore di una ricaduta rimane.

Mi resterà sempre il dubbio su quale dei due pende il vero punto critico dell’autrice: su Lidia o su Lorenzo? Forse, volutamente, Chiara Gamberale ha preferito esimersi dal giudizio, in quanto lei stessa troppo coinvolta per additarli da fuori senza indulgenza.

E il mondo? Non c’è. Niente li attraversa, li colpisce, li distrae dal loro cercarsi senza risoluzione.

Solo l’arrivo epistolare di un eccentrico personaggio avvolto nel mistero, riuscirà a distogliere i due da se stessi, spostando i loro sguardi un po’più in là, verso quella “zona cieca” che solo gli altri sanno vedere in noi.

 Consiglio questa lettura perché trascina, anche  se temo più le donne degli uomini. Di prototipi maschili come Lorenzo, il mondo ne è pieno e ritrovarlo così nitidamente simile a quelli del proprio vissuto fa male, ma coinvolge. Gli uomini invece prenderanno le distanze da lui, sia chi non si riconoscerà, sia chi si riconoscerà troppo.

Perché questa storia è costellata di punti di vista radicalmente femminili, per scelta o per necessità, ma che inevitabilmente determineranno reazioni di genere molto diverse.

 Ne apriamo un dibattito??!! Leggete, io vi aspetto qui…