FOLLIE DI BROOKLYN di Paul Auster

“Stavo cercando un posto tranquillo per morire. Qualcuno mi raccomandò Brooklyn e così la mattina dopo partii dalla contea di Westchester e andai fin là per fare un sopralluogo. Non ci tornavo da cinquantasei anni, e non ricordavo nulla. I miei genitori avevano lasciato la metropoli quando avevo tre anni, ma l’istinto mi richiamò nel quartiere dove avevamo vissuto, trascinandomi come un cane ferito verso il luogo natio.(…) Non avevo idea di chi fossero i miei vicini e non me ne importava. Lavoravano tutti dalle nove alle cinque e nessuno aveva bambini, quindi il palazzo era relativamente silenzioso. E io, questo desideravo più di ogni altra cosa. Una fine silenziosa per la mia vita triste e ridicola.”

Il mio rapporto con un libro, ultimamente, tende a imboccare una di queste due strade: un lento ma inesorabile innamoramento, dopo una partenza impacciata, o un colpo di fulmine immediato che solitamente, eccetto rari casi, si raffredda prima della fine.

Tra le “Follie di Brooklyn” invece mi ci sono persa senza remore dalle prime righe all’ultima, trattando la lettura come una cosa viva, bisognosa di tempi, di rispetto e tatto. Non provavo una tale affezione verso i personaggi di un racconto dai tempi di “Narciso e Boccadoro”e stiamo parlando di più di quattro anni fa. Il ritmo interno delle vicende è calibrato con una perfezione millimetrica; tutto accade esattamente nel capoverso in cui deve accadere, tre secondi prima di distrarsi e tre secondi dopo essersi ripresi dal fatto precedente. Il flusso di coscienza con cui l’autore ha deciso di dare al protagonista il solo punto di vista della vicenda, permette un avvicinamento immediato del lettore, che si ritrova a sentirsi una sorta di confessore prescelto, destinatario finale delle imprevedibili traversie di un simpatico e commovente agglomerato umano, alla caparbia ricerca di un modo giusto di stare al mondo.

Nathan Glass, un sessantenne in pensione con un brutto male alle spalle, decide di tornare a Brooklyn, sua città natale, col preciso intento di trovare un posto tranquillo per morire. Ma il destino ha in serbo per lui una serie di incontri fortuiti che cambieranno radicalmente i suoi piani. Il primo fra tutti è quello con suo nipote Tom, lasciato anni prima alle prese con una promettente carriera universitaria, lo ritrova nel baratro di una completa disfatta esistenziale a lavorare come commesso in una libreria antiquaria. Lo shock iniziale dello zio, nel vedere un giovane tanto talentuoso e sensibile, sopraffatto dalla rinuncia e dall’autocommiserazione, lascia il posto a un sentimento di profonda compassione che lo spinge a instaurare col giovane un’amicizia intensa, svincolata da legami di sangue. Da questo momento in poi, cominciano a far capolino nella storia una sequela di irresistibili personaggi, a partire da Harry Brightman, il padrone della libreria in cui lavora Tom. Harry è un uomo eclettico e naif, con un passato da falsario alle spalle e un particolare fiuto per i guai. Ma l’evento che più sconvolgerà le vite dei due solitari compagni di sventura sarà l’arrivo improvviso di Lucy, una bambina di nove anni, figlia della sorella di Tom. Lucy non parla, o meglio, non vuol parlare; ma anche quando il suo voto di silenzio finalmente termina, la bambina continua imperterrita a non voler rivelare dove si trovi sua madre e il perché sia approdata a Brooklyn da sola.

Molti altri personaggi secondari ci vengono descritti da Nathan prima ancora del loro ingresso ufficiale nella vicenda; come Aurora, la mamma di Lucy, una ragazza bellissima e molto fragile, in balia di un mondo che abusa della sua ingenuità e del suo bisogno estremo di amore. Rachel, la figlia di Nathan, con la quale il protagonista vive un rapporto costantemente in bilico tra rotture  apparentemente irreparabili e faticosi riavvicinamenti. Marina, la cameriera portoricana del Cosmic Diner, dove lui si rifugia ogni sera tra i sorrisi generosi del suo “sogno erotico”, il cui esatto contrario è rappresentato da Nancy Mazzuchelli, detta anche B.P.M., la bellissima e perfetta madre, ideale platonico e intoccabile di Tom. Un pout pourri di donne e vite, una diversa dall’altra,  popolano le pagine di questo romanzo dai toni leggeri ma mai banali.

Un inno alle vite possibili di oggi, di quelle che avanzano a tentoni nella realtà  e si costruiscono rifugi mentali per sfuggirne; come l’Hotel Esistenza, in cui custodire ciò che di buono si vuol preservare di sé e del mondo.

Un’altra “succulenta” caratteristica di quest’opera speciale è la presenza di moltissime citazioni ed aneddoti storici che prendono spunto dai capisaldi della letteratura mondiale. Paul Auster ha voluto racchiudere tra le pagine un affresco di ideali, i suoi: l’amicizia profonda tra gli uomini, lo sconfinato amore per la letteratura e per la sua città, New York, che come spesso accade, fiorisce dai suoi libri con descrizioni semplici ma tanto famigliari da farti affezionare ad un luogo mai visto.

Gli incastri si susseguono fino all’ultima pagina; ogni personaggio sembra trovare una sua quiete, se non addirittura una rinascita.

Ma l’ultimo colpo, sferrato al lettore, risulta il più crudele. Una semplice data, 11 settembre 2001, ha il potere di cambiare tutte le carte in tavola e quella sensazione di meritata spensieratezza lascia il posto ad una domanda: cosa ne è stato di loro dopo quel giorno? Chi è rimasto? E dell’America, cosa è rimasto?