DENTRO di Sandro Bonvissuto

La prima cosa che cattura l’attenzione è il linguaggio: scarno come il volto dell’uomo in copertina e ci si chiede quasi subito come faccia il “mago” a tirar fuori dal suo cappello vuoto tanti uomini, spaccati di vissuti, riflessioni che pungolano e fanno fermare, tornare indietro a rileggere il capoverso.

“Dentro” è l’esperimento del togliere più riuscito che abbia mai letto, dopo la spietata trilogia di Agota Kristof, dalla quale ancora sto tentando di riprendermi.

Parte tutto da una notte in cui il protagonista entra in carcere. Entriamo con lui, senza sapere chi è, come si chiama, cosa ha fatto, non ci verrà svelato mai. Lui è semplicemente il nostro Virgilio; non ci è dato affezionarci a lui, dobbiamo solo seguirlo e guardare, attraverso i suoi occhi, il dentro del dentro, fino a toccare le anime dei dannati,  provare pietà in quell’unica pena, uguale per tutti, senza fantasia. Il nostro protagonista non giudica mai se stesso né chi gli sta intorno; giudica i muri, il tempo, lo spazio, i rinchiusi no. Di loro racconta qualche aneddoto, le dinamiche dei ruoli acquisiti, le strategie di sopravvivenza, mai le cause del loro essere lì; del resto non importa a nessuno cos’hanno fatto. Una volta dentro si diventa come le arance amare che non si mangiano, non si raccolgono, restano attaccate all’albero finché cadono a terra. Non servono a niente, però esistono.

Le descrizioni vivide dei limiti spaziali provocano claustrofobia e inquietudine; eppure sono gli stessi ambienti che tutti noi abbiamo visto centinaia di volte in servizi giornalistici e reportage. La sua magia sta nel restituirceli intollerabili.

Non si poteva guardare lontano. Non si poteva guardare e basta. Non avevi più quella sensazione che ti dà guardare una prospettiva che si avvicina e si allontana da te verso l’orizzonte, quando l’immaginazione di chi cammina va ben oltre il traguardo finale. Lì non c’era nessun traguardo. Era un’area ridotta artificialmente, un luogo semplificato, una delimitazione totale del campo visivo, che non era soltanto una riduzione dell’atro mondo, al momento inaccessibile, ma qualcosa d’insensato, e d’insensato per sempre, proprio a causa di quella semplificazione artificiale. Quel posto non presentava nessuna delle cose esistenti nell’universo. Non avevano tolto tutto fino a non lasciare più niente, lì avevano tolto tutto e poi ci avevano messo il nulla.

Poi, un giorno, senza preavviso il protagonista esce e noi anche; abbagliati come lui dalla luce, estraniati. Vorremmo rientrare, perché di quel suo fuori non vogliamo sapere, ci imbarazza. Fortunatamente dura poco. Arriva un padre che ci fa tirare un sospiro di sollievo e se lo porta via.

Il ragazzino che rincontriamo nel secondo racconto potrebbe essere lui come no.

Questa volta ci porta all’interno di un istituto scolastico, e di nuovo parte un viaggio dantesco con tanto di guardiano spaventoso e mutilato che fa vibrare a gran voce il suo oracolo intimando al protagonista di lasciare ogni speranza.

Qui però la lotta alla sopravvivenza non la combatte compattandosi alla massa, chinando gli occhi il più possibile per non emergere, ma facendo una scelta assoluta e definitiva: salva un solo compagno, il suo coinquilino di banco che da quel primo giorno di scuola diventa il suo doppio o forse solo la metà necessaria a colmare quel vuoto suo. Sono loro, questa volta, a delimitare il fuori dal dentro, con un banco che diventa cordone ombelicale e poi città-stato, da difendere.

Comandavamo su tutto ciò che avevamo. In pratica solo sul banco. Che però era il feudo del clan. Di certo non avremmo avuto eredi, ma la nostra era una civiltà nata già al suo massimo splendore. Non avremmo occupato altri territori. Soltanto i più miserabili lo fanno. Noi non avevamo bisogno di niente; avevamo già tutto. Avremmo occupato solo altro tempo da passare insieme, esportando il regime a due anche fuori dalla scuola. La Diarchia avrebbe regnato così anche nella vita di tutti i giorni. Bisognava stare sempre vicini, come in classe, pensare col banco nel cervello.

Il terzo ed ultimo racconto va ancora più indietro, a raccontare il momento esatto in cui il protagonista abbandona l’infanzia, come deve essere, grazie a un padre, (lo stesso che lo raccoglie fuori dal carcere?) che svela per la prima volta la sua “funzione” insegnandogli ad andare in bicicletta. Il passaggio, poetico e chiaro, racconta di un’estate torrida e senza tempo, dove se sei bambino è possibile tutto, tranne stare fermo. Succede però qualcosa in lui, sente che per poter continuare a stare “dentro “è obbligato a imparare. Niente è più naturale, deve agire, stare al passo degli altri o è perduto.

I “dentro” di cui ci parla Sandro Bonvissuto sono tanti, eternamente presenti, eternamente riadattati a quel fuori che non scegliamo.

Un romanzo di formazione al contrario, lucidissimo ed essenziale.