CLOACA di Henri-Frederic Blanc

Questa volta ho deciso di dare un taglio più “indipendente” alla scelta della mia nuova recensione. Punto su uno degli ultimi libri usciti per Cartacanta Editore, una casa editrice giovane e molto attiva sul territorio: Cloaca, dell’autore francese Henri-Frederic Blanc, già conosciuto in Italia per altre tre opere pubblicate da Giunti.

Scelgo di “fermare le parole” su questo romanzo breve perché sfugge ad ogni definizione e si fa bere in un sorso, travolti da un ritmo che scandisce un’ironia spietata ma irresistibile. L’involucro più esterno è sicuramente quello del racconto on the road, ma si prendono le distanze in fretta da questa riduttiva catalogazione perché all’autore non interessa descrivere un viaggio, condito d’incontri e suggestioni paesaggistiche ma utilizza il movimento come pretesto per far intraprendere al protagonista un viaggio parallelo e introspettivo in cui emerge una figura irriverente, dissacratoria e a tratti anche fastidiosa, con un esclusivo rapporto con la realtà e le persone che lo circondano. Il protagonista, che resta anonimo e innominato per tutta la vicenda, quasi a rappresentare un Io narrante super partes, ripercorre rivolgendosi direttamente a noi lettori, la lunga strada che da Parigi porterà lui e la sua ragazza, Karine, a Roma, a bordo di una costosissima Jaguar bianca, il cui solo bagagliaio è ideale per ospitare una famiglia povera. Il conducente dell’auto, probabilmente incuriosito dai due personaggi incontrati per strada e dal loro cartone con la scritta rossa in pennarello: ITALIE, è uno sceneggiatore di successo, appassionato di musica classica e retorica al cui fascino ben presto cederà anche Karine. L’infima strategia seduttiva dell’aitante sceneggiatore sarà il pretesto per il protagonista di vomitare al mondo le sue teorie ciniche sull’inutilità dell’esistenza, attraverso un flusso di riflessioni irrefrenabili e indipendenti dallo scorrere degli eventi. Il suo punto di osservazione esclusivo, immune da qualsiasi autocritica o giudizio finisce per diventare divertente, seppur il sorriso che rimane sa di amaro. Emerge così pian piano una personalità disadattata, fuori da qualunque pressione sociale, rifugiata nella sua dimensione parallela in cui il pensare rappresenta l’unica arte nobile, degna di rispetto e tempo. Tutto il resto è superfluo, il lavoro soprattutto: Se mi riposo con così tanta solerzia, è per risparmiare i miei nervi. E se devo risparmiare i miei nervi, è perché il fuoco sacro mi consuma.

La frustrazione per gli sguardi ammirati che la sua donna riserva solo più allo sceneggiatore si trasforma nel fulcro del suo destino avverso. La sua unica ragione di vita diventa la riconquista dell’interesse di Karine e con lei di una pace ormai perduta per sempre lungo la strada. Ci troviamo di fronte a un personaggio molto sopra le righe, estremamente teatrale; fa pensare a un istrione poco credibile, davanti a una platea vuota. Una sorta di messia delirante e capriccioso che inveisce anche contro la bellezza dei paesaggi o il colore del cielo se non “in tono” col suo umore: Il cielo era terribilmente blu, un blu che mi prendeva per il culo, un blu senza pietà per il mio dolore, un blu da tagliarsi le vene. Se solo ci fosse stato un ciclone, una tromba d’aria, un diluvio! Non ci sono abbastanza catastrofi naturali in Francia, è uno scandalo! Un cielo così blu è un’aggressione, vi fa sentire colpevoli di essere di umore nero. Cosa aspetti per goderti la vita?, mi chiedeva quello stronzo di cielo blu.

Concludo con qualche frammento delle sue irresistibili teorie gastronomiche,  stimolate da una cena in un raffinato ristorante dalle parti di Mentone, ospiti naturalmente del benestante autista della Jaguar: Io non accuso i ristoratori, li maledico. Finché le cucine non saranno trasparenti e i cuochi imballati sotto vuoto con una maschera da chirurgo sul grugno, evitate i ristoranti. Appena c’è un microbo da qualche parte, sono io a pagarla cara. Anche il pesce si è sempre comportato da porco con me: se rimaneva una sola lisca nell’orata alla provenzale, si sarebbe sicuramente piantata dritta nella mia gola. Per quanto riguarda la carne, non la tocco neanche, a parte che nei panini, in modo da non vedere gli occhi della bestia che mangio. Del resto la verità, la verità per quella che è, ovvero atroce, oscena ed esotica, come un piatto di chiappe di scimmia arrostite, ve la servirò a puntino: per me la cosa più importante non è mangiare bene, ma mangiare tanto. Mi ci vuole del massiccio, del maialesco, dell’himalaiesco. Dopo aver mangiato, ho bisogno di far fatica a camminare. Quando, all’uscita da un’abbuffata, piscio sulle aiuole del ristorante, esigo che la rotondità della mia pancia mi impedisca di contemplare l’imperiosità del mio pisellino. A proposito di cibo, mi permetto di fare una piccola parentesi, giusto un antipasto. Quando sarò morto, voglio che il mio corpo sia divorato da settantasette belle donne rivestite completamente di calze nere e con un reggiseno a lutto. Così si risparmieranno le spese del funerale e della bara. Chiudete la parentesi.

Consigliatissimo. Si legge in due sere e tra una risata e l’altra si chiude anche col finale inaspettato.