CECITA’ di Jose’ Saramago

C’è un qualcosa di morboso che mi riporta a Saramago; una curiosità insana, data dalla certezza di scontrarmi con testi duri, inclementi, genuinamente feroci.

E’ stato il titolo a darmi la spinta finale. Ho preso un bel respiro e ho ingurgitato questo romanzo in un’inevitabile lenta agonia, vista la densità dei caratteri per pagina.

L’idea drammaturgica è geniale; mi stupisce, infatti, che ci abbiano messo dodici anni prima di farne uscire la versione cinematografica.

Ci troviamo in uno Stato senza nome, come lo sono tutti i protagonisti della vicenda; ma il nome non è importante. In qualunque luogo fosse ambientata l’Apocalisse, le conseguenze sarebbero le stesse. Una misteriosa epidemia comincia a dilagare tra la popolazione, rendendo le persone improvvisamente cieche. Si tratta di una “cecità bianca”,  che provoca la sensazione di essere immersi in un “mare di latte”. Dopo il primo cieco, seguono una serie di casi, apparentemente correlati tra loro: la moglie del cieco, l’oculista che lo aveva visitato, e una serie di pazienti del medico presenti nella sala d’aspetto durante la visita. Il ministro in persona decide di adottare misure di sicurezza radicali per impedire il dilagare del contagio, costringendo tutti i ciechi a entrare in quarantena in un ex manicomio. La moglie del medico, decide di non abbandonare il marito e si fa internare con lui, fingendosi anch’essa cieca.

L’obiettivo di Saramago è quello di dimostrare come in un ambiente neutrale e privo di qualunque forma di condizionamento sociale e culturale, torna a innescarsi il meccanismo della sopraffazione del più forte.

I ciechi in quarantena aumentano giorno per giorno e al degrado igienico sanitario segue quello umano. Un gruppo di “ciechi malvagi” prende il sopravvento sull’intera comunità, sequestrando le razioni di cibo fornite dall’esercito e costringendo gli affamati a pagare per mangiare. Gli oggetti di valore, però, finiscono presto e il degrado culmina con la richiesta dei malviventi di usare le donne come moneta di scambio.

In questo clima d’impotenza e paura resta un’unica speranza: la moglie del medico; l’unica vedente, l’unica guida presente nel caos bianco, l’unica in grado di poter assistere con i suoi occhi all’orrore. Nell’omissione del suo segreto, sorveglia e protegge come può la sua camerata, composta dai coprotagonisti della vicenda; fino a un gesto estremo e disperato che la porterà durante uno dei tanti stupri collettivi ad uccidere il capo dei ciechi malvagi.

In seguito a un incendio, gli internati si spingeranno fino ai cancelli di sorveglianza che scopriranno inaspettatamente aperti. Non c’è più differenza tra contagiati e sani; l’intera popolazione è diventata cieca.

La moglie del medico guiderà il suo piccolo gruppo di sopravvissuti per una città ridotta a carcasse di veicoli abbandonati e cadaveri lasciati a imputridire per le strade. Quasi nessuno è più padrone della propria abitazione. Molti, per sopravvivere, si sono uniti in piccoli gruppi, impossessandosi dei primi ripari confortevoli trovati a tiro dopo l’arrivo del “male bianco”. Chi infatti, in una grande città, saprebbe ritrovare la propria casa senza vedere?

La ricerca del cibo è diventata l’unica occupazione quotidiana; quasi ogni negozio viene saccheggiato; soltanto chi ancora possiede il privilegio o condanna di vedere, può infilarsi come un topo nei luoghi più nascosti e irraggiungibili, per procurare cibo al gruppo. Le forze, alla moglie del medico, però, cominciano a mancare. Teme e spera ogni giorno una cecità che la renda come gli altri, la sottragga a quello scempio e la privi definitivamente del peso di responsabilità che la lega alle vite dei suoi compagni.

Nella perdita’ di ogni identità sociale il piccolo gruppo si trova costretto a ricreare un micro-mondo in cui la compassione reciproca e il legame affettivo tra le persone permettono di ricostruire un barlume di dignità.

Il romanzo vuole dare quiete con un finale salvifico di speranza, ma i segni profondi delle ferite non risaneranno, come la memoria di ciò che è stato, ciò che sembra sempre legare l’uomo spaventato e senza controllo alle barbarie più insensate.

Questo libro lascia immagini indelebili, caricate da un’immaginazione galoppante. Quanto può durare un mondo improvvisamente cieco? Che percentuale d’importanza ha la vista sulle nostre azioni? Sulle nostre scelte? Sui nostri rapporti con gli altri?

Inoltre la scrittura fitta, dai dialoghi privi di punteggiatura, ma solo con virgole e maiuscole, costringono anche il lettore a uno spaesamento, non riconoscendo all’istante chi parla, come un cieco che deve cercarne la voce nell’aria.

Il titolo originale di questo libro è “Saggio sulla cecità” e riflette perfettamente l’intento di Jose’ Saramago: scrivere un lungo trattato in metafora sulla cecità dilagante che invade il nostro quotidiano; una cecità fatta di indifferenza e sopraffazione, perdita del senso di aggregazione, finalizzata al solo raggiungimento dei propri più stretti interessi.

Concludo con uno dei brani più incisivi del libro:

“Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”