BESTIA DI GIOIA di Mariangela Gualtieri

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“Per tutto questo conoscere e amare

eccomi. Per tutto penetrare e accogliere

eccomi. Per ondeggiare col tutto

e forse cadere eccomi

che ognuno dei semi inghiottiti

si farà in me fiore

fino al capogiro del frutto lo giuro”

Il titolo di questa graffiante e visionaria raccolta poetica racchiude l’essenza del tema centrale: un inno estasiato di gratitudine alla natura, nei suoi corpi più fragili e silenziosi come i fiori, la foglia, la pendenza centenaria di un tronco, fino al passaggio feroce dell’ acqua, “che apre le forme scatenate, strascico di luce viaggiante”, per arrivare fino al grande mistero del Niente che circonda e protegge Il “brulichio delle menti umane” .

Per la prima volta Mariangela Gualtieri sceglie di affrontare la gioia, quella del qui e ora, che  ancora l’uomo agli elementi terrestri di cui è parte. Ma il pensiero prosegue e si innalza, come sempre nella sua poesia, a toccare il “Non so” di tutti, a raccogliere tracce di  quell’ impastatore supremo senza nome,  che da’ intuizioni di malinconie lontane e contagio di dolori che non nascono dalle  radici della terra.

“Il poco e il niente” su cui spesso la poetessa sofferma il suo sguardo, racconta di come spesso la bellezza si esprime per millimetri. “Cosa differenzia un naso bello e armonioso da uno brutto?” aveva una volta domandato durante un suo intervento, “Pochi millimetri”. Sui millimetri che non vediamo, Mariangela Gualtieri affonda il suo punto  di osservazione.

La raccolta è divisa in cinque sezioni che sembrano richiamare i cinque atti del teatro antico. Sono tutte profondamente legate tra loro, pur mantenendosi in aree tematiche specifiche:

Naturale sconosciuto: il canto più vicino ai frutti terrestri e al loro lavorio strategico e silenzioso;

Un niente più grande: riflessioni a tratti divertite a tratti dolorose sui gesti degli uomini, sui loro misfatti e sullo stare bene di certi attimi;

Sponda degli insonni: qui la protagonista è la notte, col suo sonno, “dove cola giù il viola e le palpebre hanno una legge di peso”; ma la poetessa parla per lo più delle sue veglie, del suo farsi  un po’ bozzolo, un po’ nido, tra le mura di una casa che circoscrive le sue peregrinazioni di passi e pensieri;

Per solitario andare: questa è indubbiamente la sezione più criptica, ma più introspettiva. Al fondo di quasi tutti i componimenti c’è il nome di un luogo, origine probabilmente delle parole sbocciate nel suo solitario andare.

Mio vero: c’è sempre una parte, nelle raccolte della Gualtieri, rivolta a un Tu, prezioso e caro, per il quale costruisce parole rischiose,  usate con maestria di essenzialità, senza retorica ne’ “rosa”. Continua anche in questo ultimo lavoro la riflessione sull’amore umano, sul suo amore umano, sollevandolo oltre “la solfa del tu e dell’io”, a chiedersi quale incastro può trovare, tra le imprese spettacolari del creato, nel breve tempo che resta all’uomo, prima di “tornare scia luminosissima

Concludo questa recensione senza consigliare ne’ sconsigliare a nessuno questa lettura. Lascio a voi la scelta chiudendo con alcuni versi della raccolta:

Alcesti

Ma solo pensare a te.

Non è una figura che viene

una nitida traccia.

E’ come cadere in un posto

con un po’ di dolore.

Tu sei il mio tu più esteso

deposto sul fondo mio. Tu. Non c’è

un’altra forma del mondo

che si appoggi al mio cuore

con quel tocco, quell’orma.

Tu. Tu sei del mondo la più cara

forma, figura, tu sei il mio essere a casa

sei casa, letto dove

questo mio corpo inquieto riposa.

E senza di te io sono lontana

non so dire da cosa ma

lontana, scomoda un poco

perduta, come malata,

un po’ sporco il mondo lontano da te,

più nemico, che punge, che

graffia, sta fuori misura.