AVE MARY di Michela Murgia

Recensire a dovere questo saggio sarà l’impresa più ardua affrontata dalla nascita del blog. Partirò da un aneddoto rimasto indelebile tra i miei trascorsi di catechismo. Ho dodici anni, ancora poche lezioni alla Cresima, ripasso generale dei vari compiti affidatici per la cerimonia del Sacramento e io con un dubbio impellente che mi ronza nella testa dall’inizio della lezione. Non posso ricevere il Sacramento con questa domanda che strilla in me, penso dall’ingenuità dei miei anni, così domando, liberandomi con un profondo respiro dal macigno di timidezza che da sempre ha pesato sui miei interventi in pubblico. “Io non capisco il peccato originale”, confesso con un filo di voce, “come fa un bambino appena nato ad avere già peccato?”. Risponde alla mia domanda lo sguardo più scandalizzato e accusatorio che ricordo di aver ricevuto nella mia vita. La catechista, una ragazzina di diciassette anni, evidentemente in difficoltà a trovare parole che rimarginassero l’onta della vergogna che l’intera classe mi aveva gettato addosso, optò per il colpo di grazia: “Ma che domande fai a un mese dalla Cresima?!”. La condanna fu definitiva e la domanda rimase ad espiare la colpa della mia provocazione. Passarono anni prima che riuscissi a scorgere il lato comico di quel fatto e ad autoassolvermi in piena innocenza.

Ave Mary in questo senso è stato per me la riconferma che non ci sono ambiti illeciti in cui porsi domande e che in particolare in quello religioso più che altrove, la parola scritta e l’interpretazione data possono celare abissi, contraddizioni fuorvianti seppur accettate per verità.

L’obiettivo di Michela Murgia è quello di provare a riesaminare la figura femminile più importante delle Sacre Scritture, Maria, attraverso un occhio consapevole e nuovo, ma non per questo meno credente. Questo aspetto rende l’operazione ancora più interessante: non ci troviamo infatti di fronte all’ennesimo tentativo ateo di dissacrare e delegittimare dogmi e precetti religiosi, ma a un autore cattolico praticante che sceglie di non accettare, con il solo scopo prolifico di riconsegnare all’immagine della prima donna della Chiesa e con lei a ogni donna, la complessità, la forza e la possibilità di scegliere cosa essere.

In quali ruoli simbolici si è potuta riconoscere una donna cristiana nel tempo? Nella peccatrice incarnata da Eva che ha condannato la donna a legittimare sempre il dolore fisico su di sé, primo fra tutti quello del parto, per espiare inconsciamente una colpa senza fine di cui da sempre è stata abituata a considerarsi “portatrice sana”? Tendenzialmente no. Rimane Maria allora, l’alterego purificante, raffigurata in ogni epoca come madre sempre giovane e dolente, privata della sua immagine vecchia e della sua stessa morte. Questo modello non ci viene riproposto ossessivamente tutt’oggi, tra le riviste, le pubblicità, e le immagini televisive che rifiutano la donna vecchia bombardando anche le sensibilità più fini con prodotti chirurgici inespressivi, mostri del bisturi che dovrebbero spaventare invece che essere accettati e ammirati dalla maggioranza come “visi senza età”?

E cosa dire rispetto allo scompiglio etico che l’introduzione dell’epidurale ha causato tra le donne cristiane, confuse sul da farsi, tra il soffrire meno e il timore di non adempiere fino in fondo al proprio ruolo di donna e madre?

Complesso e inquietante emerge poi il capitolo sulle “sante non religiose”, che apre domande infinite sul rapporto tra la donna e il sesso, in cui la consacrazione della Chiesa si è fatta sentire solo di fronte a un no pagato con la vita. Emerge un ritratto della donna il cui corpo santuario non è mai suo, né nella placida accondiscendenza che le spetta tra le mura domestiche, né di fronte all’abuso, atto verso il quale la Chiesa si è saputa esprimere solo a favore di coloro che hanno posto la propria purezza al di sopra della vita. Un Santuario saccheggiato non vale più niente, questo ci sembra comunicato tra le analogie che aleggiano nell’elenco delle varie Maria Goretti. E se di fronte a questa impostazione difficilmente sradicabile si provasse ad affiancarne un’altra? Una in cui Maria è una sovversiva che affronta con un coraggio sfrontato una situazione pericolosa a rischio di lapidazione. Innanzi tutto ci fa notare l’autrice, non è un ordine quello che riceve Maria dal messaggero misterioso, ma una richiesta importante, una di quelle che in un sistema patriarcale si avanzano al padre, non certo alla figlia. Invece questo misterioso visitatore non rispetta le regole, evita tutti i passaggi rituali del sistema tribale giudaico per rivolgersi direttamente a Maria, rendendola soggetto protagonista della scelta che più la riguarda, come è giusto oggi, ma come non era certo normale nel I secolo. E ancora: una fanciulla per bene davanti alla proposta sconcertante di restare incinta senza conoscere l’uomo avrebbe dovuto nel migliore dei casi rifiutare, nel peggiore chiedere tempo. Maria si guarda bene dal fare tutto questo. Se l’angelo è un anticonformista, lei lo è di più. Per questo non accetta subito, ma si permette anche gli spazi della trattativa: al messaggero del Signore osa chiedere persino spiegazione: “Ma come è possibile?”.[…] Il si di Maria sarà suonato molto bene nell’alto dei cieli , ma a tutti gli effetti nella terra degli uomini restava un suicidio. Essere rimasta incinta prima di andare a stare nella stessa casa con il promesso sposo non era un fatto che consentisse molte interpretazioni: o lui non l’ha rispettata fino alle nozze o lei si è concessa a un altro. Sarà il buon cuore di Giuseppe e un sogno a distoglierlo dall’idea del ripudio ma ciò che assume maggiore importanza in questa rilettura della Murgia è che Maria ha fatto solo quello che ha voluto, nei tempi e nei modi che ha deciso , a condizioni stabilite da lei, costringendo di fatto alla sua libertà di dire si tutto il sistema che la circondava e pretendeva di dettarle legge.

Per me è stato come puntare un faro su un angolo buio di un palcoscenico e scorgere cose di cui prima ignoravo l’esistenza. Per quanto segua già con attenzione il discorso sulla giusta ridefinizione dell’immagine femminile che molte donne portano avanti da diversi anni attraverso i più svariati mezzi di comunicazione, questo libro ha aperto sfaccettature nuove, che come donna sento il dovere di diffondere e rivendicare.

Ave Mary apre ferite profonde che la Chiesa cattolica ha inflitto alle donne e che la maggior parte di esse si sono sentite in dovere di accettare, perché parola di Dio. Quello che Michela Murgia lancia però è un’accusa all’Uomo, non a Dio. Alla responsabilità dell’uomo sull’interpretazione data, perché lo stesso Dio che ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili ha anche destabilizzato una volta per sempre la gerarchia patriarcale tra l’uomo e la donna, facendo di una ragazza la massima complice della salvezza del mondo.